Ultima modifica: 23 dicembre 2015

La riforma Gelmini vista da una delle periferie più disagiate di Napoli. Dove il 35% degli abitanti è disoccupato e la camorra spadroneggia

La riforma Gelmini vista da una delle periferie più disagiate di Napoli. Dove il 35% degli abitanti è disoccupato e la camorra spadroneggia

Francesca Pilla

NAPOLI

Palazzetti bassi di mattoni, tutti uguali a se stessi, si susseguono in maniera regolare. Case popolari con vialetti e giardini che a un primo sguardo ti sembra di essere in uno dei quartieri cattolici di Belfast o in una periferia americana con le sue park-way e i larghi viali alberati. Invece è via Romolo e Remo, Rione Traiano, Napoli. La terra delle famiglie Pulcinella e Perrella. E’ passato appena un anno da quando davanti alla scuola materna ed elementare Basile sono morti ammazzati in due «e per fortuna i bambini non hanno visto niente» racconta una maestra. Due bimbi con grembiulini a quadretti azzurri e bianchi sfrecciano lungo il corridoio, in triciclo. S. è il primo, in divisa blu, faccia vispa da scugnizzo, occhi vivaci che nascondono un mondo di marachelle, aspetta l’agognata campanella. «E’ il più terribile della scuola». Giuseppe Tranchini, il preside o meglio il dirigente scolastico, gli prende il collo nel braccio posandogli affettuosamente il pugno sulla testa. Sorride imbarazzato mentre gli si arrossano le gote. L’anno prossimo andrà alle medie, ma siamo appena alla seconda settimana dall’inizio dell’anno scolastico. Bambini. Che ne sanno loro della riforma Gelmini? Che idea hanno di un quartiere difficile dove il tasso di disoccupazione arriva al 35% e la camorra fa il resto? Che senso danno a quelle porte chiuse della loro scuola? Un istituto che potrebbe accogliere 600 alunni e ne ha di iscritti appena 150. Ma i piccoli hanno spesso un mondo di percezioni e sensibilità più profondo di quanto gli adulti possano immaginare, solo che si danno spiegazioni a «misura». Lo comprendono che alcune «famiglie» non portano i figli in quelle classi perché ci sono quelli degli «altri»? che molte mamme di Soccavo non ci pensano nemmeno a mettere piede nel rione Traiano? Periferia nel cuore di Napoli, un nome che è già un’etichetta. Sanno, imparano e vedono le loro maestre che fanno l’impossibile per integrare e curare il disagio, di quei piccoli con i genitori in galera, di quelli che vivono nelle case famiglia, che sono affidati ai nonni. «Abbiamo una classe di quindici bambini, siamo tre insegnanti a modulo. Siamo troppe? ma qui è come se ne avessimo 35 di alunni», la maestra Di Meo lo dice con una voce sottile, quasi dispiacendosi di dover spiegare che sì, qualcuno dei suoi bimbi in quinta ha ancora problemi di lettura o a estrapolare il significato di un’immagine. Nonostante i laboratori, l’impegno a uscire dai canoni del programma per farli crescere imparando. Con quella biblioteca, regno della maestra Sornicola, dove hanno scoperto a prendere i libri, ad annusare l’Iliade, a tuffarsi nel mondo di Simbad, ad esplorare la giungla di Kipling. E’ già complesso così «dividendo il disagio di un ragazzino in tre, confrontandosi sul come procedere, sapendo che se la tua sensibilità non arriva a comprendere appieno, puoi contare su una tua collega. L’anno prossimo dovremmo ricominciare da zero?». La signora Coppola ha trent’anni di ruolo e le ha viste tutte, il maestro unico quello della «scuola pensata solo per gli alunni bravi», il caos della sperimentazione, la rigidità del modulo, fino alla programmazione: «Ci chiedono di tornare indietro, ma mi domando se la nostra società sia la stessa di quando ho iniziato, quando avevo da sola 45 alunni, un tempo in cui si era fortunati se i ragazzi arrivavano alle medie. Oggi il mondo là fuori non ha le stesse aspettative nei confronti di questi bambini e in una scuola come la nostra rappresenta una condanna». All’istituto Basile non si sente mai pronunciare la parola posti di lavoro, 13 insegnanti di ruolo troveranno una sistemazione, ma non è questo il punto. «Sono alla vecchia maniera – arriva al nocciolo della questione il preside – credo ancora che l’istruzione sia una funzione dello stato. Non ci si può alzare la mattina e dirci che non stiamo facendo bene il nostro lavoro. Se non siamo professionisti allora che ci mandassero tutti a casa». Rabbia pacata, voglia di capire l’incomprensibile e troppi punti interrogativi senza risposte. Perché una scuola simbolo come questa ha bisogno di tutto, di insegnanti per l’inserimento dei bimbi rom, che ora è affidato al volontariato delle maestre in pensione. Di assistenti materiali, che come spiega Francesca Balice sono 25 per l’intero comprensorio elementari e medie, con handicap gravi ignorati dal provveditorato: «C’è voluto un anno di battaglia prima di ottenere un letto fasciatoio per un ragazzino di 90 chili, paralizzato e incontinente». Senza parlare del tempo pieno, un tasto dolente per ogni stagione politica, e che quest’anno alla Basile non è stato ancora accordato nemmeno per due volte alla settimana. Lisetta ascolta con gli occhi sgranati, avrà sui trent’anni e una neonata in braccio. Aspetta l’uscita di G. : «Eccolo preside è lui mio figlio. Ma perché non lo fate il tempo pieno? Con i compiti però, perché io non sono proprio capace di farglieli vedere». E non c’è molto da aggiungere o da rispondere. La Di Meo ci prova così: «Se anche un solo bambino trovandosi davanti a una scelta dovesse imboccare la strada giusta per una nostra frase, per un nostro insegnamento, significherebbe che siamo state maestre. Noi dobbiamo rappresentare questa possibilità». Tutto il resto viene dopo. I finanziamenti che non ci sono, il ricorso ai Pon, i fondi europei per fare rivivere i giardini di una struttura lasciata un po’ andare, l’impegno delle 4 anziane bidelle, che vengono impiegate in percentuale ai bambini iscritti e non all’ampiezza dell’istituto. «Ci hanno chiesto di essere autonomi e io combatto per tenere aperto questo istituto. Ma posso attuare una politica scolastica non sociale. Se devono razionalizzare i costi, dimezzare il personale e chiudere, qualcuno dovrà spiegare a queste mamme perché devono portare i figli fuori dal rione Traiano». Il preside Tranchini sa che questo non accadrà domani, ma di questo passo chissà. Le mamme della nona municipalità riempiono gli istituti del Trentatreesimo e del Cinquantaquattresimo distretto, li mandano alla Bracco, dove le scuole sono sovraccariche. Qui restano gli alunni di serie B? «Don Milani diceva che l’uguaglianza non significa dividere in parti uguali. E inutile avere risorse e finanziamenti se restiamo la scuola di un ghetto e non abbiamo gli strumenti per cambiare le cose».

Il Manifesto 17 settembre 2008

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